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Buona lettura.
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Il sole frusta la mia pelle con i suoi raggi, e gocce di sudore scivolano veloci fino alla schiena, in un lungo brivido. Inforco gli occhiali scuri Armani, comprati in tutta fretta all’aeroporto di
Caselle, e inizio a tirare il fiato: le ho trovate, finalmente.
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L’uomo sedeva come ogni giorno a pochi metri dal mare, la sedia di plastica mezzo affondata nella sabbia, mentre il giorno lentamente sbiadiva oltre l’orizzonte.
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C'è troppo silenzio, questa notte.
E non è solo questo. Passeggiando, le mani in tasca, la luce dei lampioni che macchia la strada, c'è qualcos'altro, che ancora non riesco a mettere a fuoco.
Al di là della città, il mondo non esiste.
Solo un oceano di sabbia che ulcera la vita, e si trasforma in vapore e poi in nebbia, fitta.
Al di là della città, tutti siamo uguali, nella nostra veste di cadaveri.
Nessuno ha mai lasciato la città, nessuno è mai arrivato alla città. Perché non esiste che il vuoto, al di là del perimetro di pietra e titanio che circonda e custodisce le nostre anime.
L’aria era fredda e frizzante, e scompigliava i capelli castani del bambino.
Le mani sugli occhi, tirò un sospiro e si fece coraggio, e li aprì lentamente. La luce, quella luce che da giorni e giorni non vedeva, lo ferì. Per un attimo. Poi il mondo con i suoi colori tornò a fuoco, e un sorriso si disegnò sbilenco sul viso del bambino.
- Quegli occhi di fuoco, racconto pubblicato sul Blog Illustri RaCconti
- Gli occhi di mio figlio
Tutto è cominciato da un ideale, di quelli forti, che ti spingono a lottare, a gridare e ad uscire dalla calda quotidianità per qualcosa di vero, cui credere.
All’inizio eravamo in pochi ad urlare le nostre idee, ma il nostro ardore ha contagiato il Paese, cogliendo tutti di sorpresa.








